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Ghwen - Beniamino De Caro

Il popolo dei Cavalieri dei Draghi

Dalla visuale di Zhongwen e Ghowany


Manoscritto 1° edizione


1° Capitolo – Ricordi


Due orde
Questa è la seconda di tre ere, l’abbiamo scelta per poter raggiungere i traguardi prescelti, traguardi stabiliti dall’inizio, senza conoscerli, traguardi che per molto tempo – e neanche sapevamo cosa fosse il tempo – volevamo maturare in noi e nel nostro mondo. Questa era la seconda di tre ere, la prima è già stata dimenticata e la terza ancora era lontana.

In quei tempi, siamo volati con i nostri Draghi sopra i paesi della terra – radunati in orde che formavano dei clan, distinguendosi tramite le affinità di carattere e di mentalità. La mia orda era di natura femminile, donne selvagge, molti erano più simili agli animali che agli umani e nonostante tutto di grande forza interiore e sovranità, guerriere che sapevano usare la spada tanto bene, quanto gestire un allevamento, la guida e la guarigione dei Draghi.

In questo popolo esistevano pochi esseri maschili, il tanto necessario per servire le cavaliere venture – loro dovevano servire per forza. Era il popolo basso, visto con disprezzo e trattato come sesso subordinato.

Il mio Drago era femminile ed io ero quella che guidava quell’orda. Io ero il capo, la sacerdotessa, la superiore del clan.

La mia orda spiccava per la sua resistenza insuperata, la forza combattiva e in un certo senso anche, per quanto, rispetto alla proporzione di quei tempi si poteva citare come caratteristica, per l’equità e l’ordine, in tracce anche per la compassione – forze che però a quei tempi avevano ancora delle moralità obsolete, forze radicanti per qualcosa che apparirà solo nella terza era.

Tanti combattimenti sono stati affrontati con altri clan e orde, e da ogni battaglia avveniva un accrescimento della mia orda. Tante guerriere che prima appartenevano ad altre orde sono arrivate da noi, attraverso la prigionia o tramite il passare da noi, dimostrando la loro bravura – o attraverso le singole amicizie che si erano create durante le battaglie. Così la mia orda nel corso del tempo, molto lungo, perché la vita di un umano in questi tempi durava tra 200 e 500 anni, è diventata un gruppo di guerriere di élite – una comunità di élite – che con il tempo e durante le battaglie ha perso tutti i suoi membri deboli, eliminando i suoi elementi teneri.

Gli esseri della mia orda erano, quindi, carismatici, potenti, altezzosi – corpi femminili nella forza maschile d’acciaio, pieni di bellezza e grazia. Tuttavia era una bellezza fredda, una grazia poco affabile e dispregiativa. Era una bellezza esteriore che emanava l’orgoglio del potere, la capacità e l’origine interiore che con il tempo sbordava in freddezza, arroganza e misantropia.

Per molto tempo eravamo le regine non incoronate e le dominatrici imbattute di una regione vasta sulla terra, oltre migliaia di iugeri di prati e boschi che stavano tra i grandi fiumi e le correnti, abbracciando i laghi. Tante giornate di viaggio le passavamo sui nostri Draghi, quando attraversavamo quella linea nell’orizzonte che separava la nostra terra ferma dal regno degli oceani.

Con soddisfazione constatavamo che tutte le altre orde, diventate più piccole o più grandi della nostra, ma più deboli, con il nostro apparire, spesso si mettevano in posizioni di servilità, quando la fuga o un adeguato testimoniare della pace, non riusciva in tempo. Però, cosa era adeguato per noi? Potevamo essere i protettori, i leader e guaritori di tutti questi umani ed esseri, però la nostra alterigia ci rendeva tiranni.

Dietro quest’alterigia però, c’era qualcosa che evidentemente non eravamo in grado di mostrare, che neanche nell’attimo più oscuro dell’umiliazione riuscivamo a riconoscere in noi stessi. Era questo profondo dolore, quell’inesorabilità che nel corso dei tempi del nostro sviluppo elitario è maturata nella prospettiva di non incontrare più nessuno che potesse batterci – nessuno che potesse essere migliore di noi, nessuno da affidarci, nessuno da stare dirimpetto con la schiena dritta, nessuno con cui convivere con distinzione, guardandosi negli occhi sullo stesso piano. Non c’éra nessuno che ci mostrava i limiti, nessuno che continuava a girare la ruota del nostro destino. Ogni vita che incontravamo, stava, nella sua saggezza e forza, molto al di sotto di noi – e noi l’abbiamo abbassata ancora di più nella polvere.  Eravamo il Giuda, il flagello del paese e dei nostri cuori.

L’alterigia, l’arroganza, la misantropia – tutti questi attivi sentimenti, apparentemente aggressivi, non erano altro che veli grigi di debolezze e solitudini percepite. Tutto abbiamo sottomesso, quindi non c’era più nessuno di cui fidarci, meno ancora aprirci. Così, per molto tempo abbiamo sperimentato profondamente nei nostri cuori chiusi la solitudine di quei Re e Sacerdoti che si sono separati dal loro popolo attraverso il potere e la forza, diventando guerrieri e tiranni e anche il popolo li separava da se.
Non abbiamo amato, ma siamo stati appassionanti. E spesso, la lotta che affrontavamo con altri, per noi stessi era soltanto un allenamento, un esercizio e uno sport nel quale sacrificavamo la vita d’altri. Infatti, eravamo diventati un flagello per gli umani ed esseri con i quali dividevamo il paese.

 E poi era arrivato un periodo, nel quale si muoveva qualcosa dentro di me, profondamente nell’interiore – per molto tempo ancora non pronto a salire in superficie, a rivelarsi, per molto ancora non pronto a esigere il cambiamento e la trasformazione, per arginare e per riflettere.  All’inizio era soltanto un profondo sentimento in me, qualcosa di sconosciuto, qualcosa che non stava bene in questa vita che stavamo celebrando.

Un qualcosa si muoveva in me, qualcosa che segnalava malumore, impazienza e insoddisfazione. Qualcosa in me sembrava agitarsi. Un sentimento si fissava in me, e mi diceva che ero sulla via sbagliata e che mi ero persa. Una certezza interiore attraversava le mie budella e mi diceva: tutto è finito, nessuna via vale la pena di essere perseguita. Ma, ancora erano soltanto movimenti abbastanza profondi che riuscivo a reprimere attraverso la punizione del mio portamento interiore. Ancora erano soltanto lampi di genio deboli, nella notte oscura dell’anima, che riuscivo a rendere vani nei giorni luminosi e torbidi dei nostri anni.

Ma, un giorno accadde d’incontrare dei rappresentanti di un’orda che non avevamo mai visto prima. Volavano su Draghi blu, e anche loro, i cavalieri stessi, avevano la pelle bluastra. Già da lontano erano preceduti da una sfera che ci incagliava. A poca distanza vedevamo sfavillare l’aria intorno a loro e un bando invisibile ci impediva il riconoscimento della loro origine e la loro identità. Non eravamo in grado di valutarli e riconoscerli, come sapevamo fare maestosamente con tutti gli altri esseri. Si stavano avvicinando, volando direttamente verso di noi con un’impertinente sicurezza, senza mostrare paura o cautela. Così presto riconoscevamo l’elevata grandezza di questi cavalieri e ogni pensiero verso una provocazione o un attacco era soffocato sul nascere.

Erano esploratori della sua orda – uomini. Erano guerrieri di tale grandezza e irradiazione da sembrare quasi Dei – comparati con i portatori di semi della nostra orda. Da sempre era grande la nostra condiscendenza verso questo sesso. Sempre era stata una cosa molto fondata e molto naturale. Mai ci sarebbe venuta l’idea, di vedere più di quanto esso, secondo la nostra percezione vivesse, cioè per fecondare la madre delle cavaliere dei Draghi futuri.

Questi però, erano molto più che procreatori. Nel mio profondo si apriva qualcosa al loro cospetto. Potentemente qualcosa erompeva attraverso una base e un muro dentro uno spazio interiore che non conoscevo. Nel mio profondo cominciava ad aprirsi la strada, ciò che finora, attraverso il castigo della mia morale guerresca e la linearità dominante, potevo reprimere e soffocare.

Ma la sorpresa non era soltanto dalla nostra parte, perché stavamo di fronte, faccia a faccia. Anche a questi uomini mancava il fiato alla vista delle mie donne. In quell’attimo dovevano sperimentare la stessa cosa come noi, perché, come abbiamo saputo dopo, facevano parte di un’orda che sottometteva le loro donne per farle partorire nuovi cavalieri dei Draghi maschili – e così anche le loro donne erano delle creature sottomesse e misere come i nostri uomini. Loro hanno sottomesso le loro donne. Se l’avessimo saputo in quei giorni, sicuramente avremmo attaccato soltanto per porre fine a questa profanazione inimmaginabile dell’unico sesso nobile sotto il sole. Ancora non sapevamo, ma lo intuivamo, come loro intuivano il nostro rapporto con gli uomini. E così, tutti noi avevamo abbastanza motivo in quell’attimo d’incontro, per odiarci per ciò che facciamo – e per amarci per ciò che siamo.

Ma noi eravamo guerrieri e anche loro. Perciò un accordo sui motivi profondi del nostro stupore e della nostra profondamente nascosta gioia del nostro incontrarci, ancora non era possibile. Invece s’installava un misurarsi delle forze, attraverso versi, preavvisi, pretese di rivelazione su chi erano loro e chi siamo noi, dove si andava e perché, sulla sollecitazione di territori che non potevamo sorvolare e neanche loro.

Dall’inizio era percettibile, che nessuno dei gruppi voleva giungere a un vero confronto, tanto meno a una battaglia. Ogni essere del mio e del suo gruppo sapeva di essere all’altezza dell’altro. E non solo questo, infatti, non solo questo.

Ma dovevano passare ancora tanti anni, affinché il primo incontro raggiungesse un proseguimento importante, per porre fine ai nostri vecchi mondi. Una cosa però in questo primo incontro è diventata chiara: qui si mostra per la prima volta un popolo che non eravamo in grado di sottomettere e incassare – e profondamente nei nostri cuori neanche lo volevamo. Negli anni a venire ci incontrammo soltanto poche volte. Nel tacito accordo reciproco iniziavamo a dividere la terra del nostro regno o ciò che ritenevamo nostro. I blu avevano prescelto le montagne come loro patria, le zone sul promontorio e i labirinti impenetrabili delle alte montagne, che noi non abbiamo mai esplorato. Noi ci siamo ritirati negli ampi terreni, dolcemente collinosi e piatti, che si stiravano dalle catene montuose fino alle costiere dell’oceano. Ma ancora era talmente grande il nostro territorio che ci volevano 33 giorni di viaggio sui nostri Draghi per circondarlo in una volta sola.

Raramente ci incontravamo, e ognuno rispettava l’altro come popolo alla pari che non si toccava. Un interiore inquietezza si è fatta strada, cosa era successo, cosa stava accadendo e cosa sarà? L’attrazione e la ricettazione facevano lo stesso effetto. Nei nostri sogni, visioni e discorsi si tratta sempre più spesso dei cavalieri dei Draghi blu. Nel mondo quotidiano fisico ci tenevamo lontani l’uno dall’altro. Il tempo aveva impiantato una legge ferrea nella mia orda e magari anche nella sua: gli spazi della propria comunità e dei territori non potevano essere abbandonati, i confini non attraversati, le frontiere e gli spazi degli altri non dovevano essere violati. Questa era la prima sottomissione della nostra volontà e del popolo, da tanti millenni, ma l’abbiamo deciso noi stessi – così pensavamo.

Nonostante ciò c’éra qualcosa in noi che di continuo dirigeva la traiettoria dei nostri Draghi nella loro direzione, che ci attirava di continuo nella vicinanza delle loro linee di confine – per osservare, per vedere e per sentire. Non c’erano sentimenti guerreschi in noi e neanche l’idea della pretesa del dominio che finora abbiamo fatto valere, applicandola. Era la curiosità e una profonda nostalgia inappagata di….Ma l’orgoglio e il disprezzo verso tutti coloro che non facevano parte di noi, è stato trasmesso nel corso dei millenni, dai padri sottomessi e dalle madri regnanti,  diventando un grande muro che circondava i nostri cuori, pietrificando la nostra ragione e congelando il nostro sentire. Sempre siamo stati esseri del cuore, anche se il sentire dei nostri cuori stava esclusivamente nel servizio del dominio, della guerra e della magia.

Il rispetto, la compassione e l’amore esistevano tra noi, ma ancora di più verso i nostri Draghi. Loro erano gli unici esseri che nel nostro mondo erano percepiti come pari. La loro saggezza e il loro potere, la loro forza e la loro gioia aggressiva, la loro talvolta grande crudeltà che si basava su forme totalmente proprie di giustizia e di compassione, erano quelle caratteristiche che noi onoravamo, che noi come umani deboli ambivamo, che noi abbiamo preso come misura di riferimento. I Draghi erano i nostri Dei irraggiungibili e i nostri servitori addomesticati.

Noi stessi abbiamo reso i Draghi a noi sottomessi, mettendoli sullo stesso livello nostro, coloro che nel loro potere e nella loro saggezza erano molto sopra di noi. Siamo cresciuti verso di loro e contemporaneamente li abbiamo abbassati e umiliati al nostro livello, in misura tale che non riuscivamo a crescere. Così abbiamo vissuto in fratellanza-sorellanza imperscrutabile, tra cavalieri e Draghi, sostenuti da un profondo legame familiare.

Nonostante ciò, i Draghi erano Draghi e gli Umani erano Umani e tra gli umani c’erano donne, guerriere e dominatrici, e uomini, erogatori di semi e sottomessi. Tanti anni passavano, e ci siamo imposti di non toccare il popolo dei Draghi blu, di non avvicinarci a loro e di non dare nessun segnale.

Per tanti anni ci siamo attratti, facendo grandi cerchi intorno  all’altro. Ma il tempo impregnava in noi la certezza di essere già connessi da tanto tempo con loro, su altri piani. Allora non eravamo in grado di afferrare nei pensieri e nelle parole, cosa era successo e cosa stava per accadere e perciò non potevamo né guidarlo né evitarlo. Eravamo diventati la palla di gioco delle forze superiori che trovavano vie nei nostri spazi dell’anima interiori – aprendoli profondamente.

Eravamo impotenti e intravedevamo, che il tempo stesso danzerà con lo spazio e con gli elementi per ribaltare il nostro dominio e l’ordine vecchio nel caos. Ci armavamo senza conoscere il nemico, insidiosamente di giorno in giorno, di mese in mese, aspettando come predatori la preda – sapendo però che non ci sarà nessuna preda. Allora non potevamo sapere che era divampato un amore in noi che venerava ogni orrore e che si era ribaltato sul popolo blu e viceversa. Era accaduto nei giorni in cui noi stessi eravamo l’orrore degli altri popoli, ci pungeva come una spada focosa nel santuario della nostra consapevolezza, lasciando indietro bruciati i nostri templi, che un giorno erano riccamente ornati di trofei. Il respiro del tempo sfavillava crescendo nel nostro respiro e presto sarà soltanto una questione di tempo, di possibilità e di destino, finché ci incontreremo, erompendo il bando e attraversando i limiti dell’altro.

Così, un giorno accadde che io da sola con il mio Drago femminile stavo per strada, lontana molti giorni di cavalcata, lontana dalle costiere dell’oceano, oltre i paesaggi della nostra patria, in direzione del promontorio. La nostra veggente aveva per tanti giorni di seguito la visione di un luogo a noi ancora sconosciuto e di una nuova popolazione del nostro popolo. Come già spesso lei aveva, nella sua profonda connessione con le razze senza luce che vivevano sotto terra, ricevuto dei segni e delle profezie, che io poi dovevo seguire e realizzare. Sono sempre state affidabili le sue visioni e informazioni, spesso ci preavvisavano dei pericoli e ci portavano all’espansione dei nostri regni e del nostro potere. Perciò accettavo di volare in un ambiente che era molto vicino alla zona tabù dei blu – a me sconosciuto.

Io sentivo dall’inizio, che questa cavalcata sarebbe stata una sfida, ed era la benvenuta, perché le nostre ultime grandi battaglie nel frattempo stavano molto indietro. Dopo sette giorni di viaggio e di perlustrazione nella regione incerta, nella quale non sono avvenuti né incontri né imprevisti, le nostre riserve di nutrizione erano quasi consumate. Delusi e stanchi abbiamo deciso di abbandonare questo paesaggio inospitale e intraprendere il viaggio di ritorno a casa.  Appena decollati e raggiunta l’altezza usuale sopra le nuvole, ci afferra e ci trattiene un colpo di vento freddo.

La bufera, molto sopra di noi, caricandosi dolcemente tra le montagne, è arrivata velocemente come se c’è l’avesse con noi. Non conoscevamo molto bene le bufere, sapevamo come comportarci con le tempeste delle costiere oceaniche, ci piaceva veleggiare tra gli strati dei venti e delle temperature, giocare e danzare con esse, riuscendo a calcolarle. Ma nelle nostre regioni piatte, le bufere si comportavano diversamente da qui, al limite delle montagne, come già sapevamo, ma ora ci sembrava come un assalto. Svelto come un lampo, il vento ci catturava, arrivando sferzantemente si socchiuse intorno a noi come un calderone, non lasciandoci nessuna possibilità di metterci al sicuro.

L’atterraggio diventava impossibile attraverso il risucchio ascendente e le turbolenze furiose in prossimità della terra. Un rullo tempestoso falciava le piante, lì dove appena siamo partiti.

Così Ghovany spiccava in una spirale verticale attraverso la cappa delle nubi, scorrendo veloce come una freccia, più con la forza della sua volontà che con i colpi delle sue ali, attraverso la parete della tempesta che poco fa, ancora non esisteva e che ora si sta velocemente espandendo sopra il paese.
L’attraversata degli strati superiori delle nubi ci immergeva in una strana luce bianca che si distingueva totalmente dai raggi del sole dorati che noi conoscevamo. Uno sfavillare irreale partiva dalla luce e dall’onda di pressione che regnava anche qui sopra le nuvole, creando un trapasso tra gli strati dell’aria elettrici e magnetici, lottando, cercando un equilibrio tra le zone climatiche atmosferiche superiori e quelle terrene. Anche se Ghovany volava velocemente, contemporaneamente i sui movimenti rallentavano. Per me presto è diventata una fatica enorme, trattenere il respiro e poter sopravvivere per alcune ore in questo volo. E questo sembrava necessario.

La Dragonessa si disorientava talmente, nel trapasso della cappa delle nubi, nel contatto dell’enorme carica con le energie elettriche e le masse d’acqua magnetiche, e invece di intraprendere la via dritta nelle pianure della nostra patria, volava precisamente nella direzione opposta, verso l’alta montagna. Ce ne siamo accorti entrambi solo dopo alcune ore, quando apparivano enormi masse grigie che attraversavano l’infinita cappa delle nubi, stirando le loro punte coniche e arrotondate in un cielo iridescente e irreale.

Finalmente trovavamo riparo su un piccolo plateau, abbastanza profondo dal livello delle montagne, in modo che potessi respirare in un certo qual modo, abbastanza in alto per stare al di sopra del mare di nubi che sparavano tempeste e fulmini. Anche qui, ore dopo il primo impatto, dopo il primo incontro e dopo centinaia di miglia verso sud, l’armata delle nuvole con i suoi guerrieri di fuoco e boati di colpi di cannoni non sono rallentate, ma si sono quasi rinforzati. Sembrava come se si fosse messa in moto una terza armata di guerrieri per cancellare i nostri due popoli. Nel profondo dentro di me, non riuscivo a resistere al sentimento che era rivolto a me personalmente, essere stata vociata, sì, schiaffeggiata. Qui si è alzato un potere, parandosi in mezzo alla mia strada, e non sarei stata minimamente in grado di affrontarlo.

Per sette giorni e sette notti rimanevo imprigionata con la mia Dragonessa nella piccola caverna sul plateau, perché niente cambiava intorno a noi, né nella drammatica delle masse delle nubi ondeggianti sotto di noi, né nel temperamento dei colori, delle luci e dei rumori. Di notte stavo seduta sotto il chiaro cielo stellato e da tanto mi sono arresa a non trovare più il sonno, finché profondamente sotto di noi, il rumoreggiare, lo strepitare, il rintronare e il balenare non voleva smettere di dichiarare guerra alla terra. Da parecchio tempo non avevamo più niente da mangiare. Ma in questo periodo avevamo la capacità di sopravvivere per giorni e settimane senza nutrizione solida. Per millenni ci siamo allineati a temprare il corpo attraverso la forza mentale, la volontà concentrata dello Spirito per condurlo attraverso lunghe fasi di fame e aridità, senza che il corpo dovesse perdere la sua forza e la sua elasticità.


Sette giorni e sette notti

Sette giorni e sette notti di prigionia su una platea di montagna, molto sopra a una potenza di nubi ostili che schiacciavano il paesaggio con l’impeto enorme del loro peso plumbeo, picchiando nella furia indomata i colpi elettrici verso il basso. Io stavo al disopra, in sicurezza ma ciononostante estradata. Nessun colpo era mirato a me e non potevo tergiversare a nessun tuono, nessun tremore e nessun lampo di fulmine accecante, dovevo guardarlo e ascoltarlo. Dovevo sopportarlo e resistergli.

Questo, come presagivo, non poteva essere senza traccia e senza conseguenze. Sette di questi giorni e queste notti non potevano passare senza lasciare alcuna traccia. Non c’era paura in me, non conoscevo la paura ma la rabbia, l’impazienza e la sete della vendetta di questa mortificazione – e contemporaneamente un profondo nascosto sentimento di rispetto. Ma di che? Questo ancora per lungo rimarrà senza risposta, perché questo sentimento proprio del rispetto, non l’avevo più sentito in me per millenni. Mi è diventato estraneo, ma qui mi era addirittura impregnato a forza di bastone. Erano diventati sette giorni e sette notti di profonda sosta interiore nel caos più grande esteriore – nell’infinito disorientamento, mettevo in dubbio tutto ciò che pensavo, sentivo ed ero finora, tutto ciò che ho vissuto.

Per sette giorni e sette notti non ho chiuso occhio, ero sempre alla ricerca di qualche cambiamento nella cappa di nubi che non voleva sparire, alla ricerca di un cambiamento dei rumori e dell’impeto dei colpi che non si stancavano mai. Questi giorni di prigionia sopra le nubi iniziava con l’affaticamento, con la rabbia e con l’impazienza, diventando esaurimento, tensione interiore e attesa esteriore – ed infine tutti i sentimenti si congiungevano impercettibilmente e diventavano uno stato di profonda trance e massima attenzione. I miei occhi esteriori erano socchiusi da alcuni giorni e non vedevano più il contorno, i piani e le onde grigie. Gli occhi interiori iniziavano ad aprirsi in modo nuovo. Non mi è mai stata sconosciuta la vista interiore. Questo sapere e questa capacità, la riceviamo e doniamo con il latte materno. E ciononostante cambia la natura della mia osservazione rassicurante e contemporaneamente preoccupante.

Mondi sempre reticenti e avvedutamente ostruiti, salivano in me e sollecitavano la mia consapevolezza sveglia intontita, arraffandosi attraverso la nebbia della mia impotenza, confluendo con i mondi esteriori delle nubi, della soppressione e della rabbia. Sembrava facessero insieme una danza maliziosa, in balia di essa in ogni direzioni. Forze crude si cozzavano contro, partorendo di minuto in minuto un nuovo caos, mentre il mio corpo posava sul sasso algido e la testa sulla zampa calda della mia dragonessa.

Nel corso di questi sette giorni, che mi sembravano sette anni, avevo perso la mia vita vecchia, il mio sentire e percepire vecchio, e l’orientamento del mio vecchio sapere. Tutto è soffiato via, caduto, picchiato fuori da me. Nient’altro era rimasto in me che la nuda sensazione di quel sentimento che saliva al primo incontro con il popolo blu, anni fa, ora si è fatto breccia con l’aiuto degli Dei. Se all’inizio di questi sette gironi credevo di essere in balia della tempesta, riconoscevo alla fine di essere in balia dei miei sentimenti propri. Ed erano sentimenti talmente dolci, caldi e assillanti che mi sembrava d’impazzire – o che dovessi affilare tutte le spade del paese per far zittire il mio martirio.

Ma anche se il mio essere esteriore si ribellava, in me c’era una calma certezza, sì, quasi beata, che quest’attimo avesse per me un significato che potesse cambiare la mia vita – e non solo per me, ma per il mio intero popolo.

Sette giorni e sette notti di completo restare sveglio del mio corpo e del mio Spirito, erano contemporaneamente sette gironi e sette notti di totale assenza della mia vita terrena. La mia vita in quel periodo scorreva come la sabbia attraverso la clessidra, fino a quando nell’ampolla superiore non rimaneva più niente. Profondamente in me sapevo che era arrivata l’ora di girare la clessidra.

Il Drago blu

Come se arrivasse dal niente, con una leggerezza inafferrabile e una naturalezza che poteva regnare soltanto in un mondo di Dei, si apriva la cappa di nubi la mattina dell’ottavo giorno, e spariva entro un’ora, sotto i miei piedi. Sotto di noi, nel profondo infinito, come mi sembrava, si apriva una valle che pareva essere lontana tante miglia, e pure stava ammiccando su da noi, con colori luminosi di prati e boschi verdi.

Anche nella mia accompagnatrice sono avvenuti dei cambiamenti. Ghovany era da sempre un essere focoso che portava in se, in modo molto più sbrigliato, tutti gli elementi, quanto noi umani mai avremmo potuto portare. Sempre si è fermata entro i limiti che le ho dato a intendere, anche se non coincidevano con la sua natura. Anche se noi umani li abbiamo resi ampi, questi limiti, secondo le nostre misure, loro ci sembravano alcune volte sbrigliate e passionali. Ma sempre i Draghi stessi, le hanno custodite nella loro disciplina ferrea, con una forza che fluiva tra saggezza e crudeltà, tipico dei Draghi dei nostri tempi. Anche Ghovany sembrava animata da una pace misteriosa, dopo esserci guardati negli occhi la prima volta, dopo sette giorni e sette notti. Una dolcezza elfica luccicava dai suoi occhi di rettile. Sembrava come se ci fossimo visti per la prima volta, dopo 223 anni in comune. Un profondo brivido mi accolse e una fitta travolse il mio cuore e sapevo, che la clessidra è stata girata – e la sabbia aveva iniziato di nuovo a scorrere.

Quest’attimo confermava la certezza della nostra fusione incondizionata, che durava già più di due secoli, e contemporaneamente confermava l’avviamento di un tempo nuovo, il cui inizio stava ancora molto avanti a noi, perché sarà un altro tempo rispetto a quello che i nostri popoli conoscevano. I sette giorni e sette notti ci hanno ucciso e trasformato, generato e partorito, e portati, come ci è stato rivelato solo più avanti, su un piano superiore nella nostra consapevolezza.

I nostri sguardi si accarezzavano. Una lacrima usciva dal mio occhio destro e lei rispondeva con un brontolare silenzioso nelle profondità della sua gola. Il consenso regnava tra noi come sempre, ma anche questo aveva cambiato la sua natura. Infine mi alzavo senza parole nella piega della sua nuca, dove già tante volte stavo seduta semplicemente cavalcando, godendomi il volo, innumerevoli volte lottando con altre Cavaliere dei Draghi e innumerevoli volte combattendo contro uccelli attaccanti, Draghi e creature. Ero talmente radicata in questo posto, in quel luogo della mia più intima patria che avrei attraversato cieli e inferni, se solo mi fossi assicurato questo posto che da sempre porta la mia vita. Però, oggi mi sembrava come se sperimentassi per la prima volta il vero contatto con il suo corpo, con il suo essere – e forse anche il vero contatto con il mio corpo ed essere stesso.

Ghovany si stirava voluttuosamente, quando mi sedevo e affibbiavo le mie gambe. Si stirava in alto, scuotendo la rigidità dei suoi bipedi, e apriva le ali, saltando un po’ da una parte, come se dovesse testare di nuovo le sue ali e anche la sua capacità di volare. Palpabilmente si è svolta anche in lei una profonda trasformazione del suo sentire e della sua percezione corporea.

Infine si lasciava cadere dagli scogli, con infinita eleganza annoiata, come già spesso, aveva fatto negli anni passati, quando eravamo nelle montagne, buttandosi nel profondo per un po’, prima di accomodarsi ed espandere le ali per captare il suo corpo massiccio con un elegante curva. Sovranamente decideva lei stessa la rotta da millenni.

Questa manovra da salto mortale, come lei la definiva, l’amava oltre i limiti. È nata nei paesaggi piani al margine del mare, e neanche le grandi tempeste di queste masse d’acqua e di queste terre piane e ampie le avevano più niente da dare, dopo trecento anni di arte di volo. La sua capacità di volare orizzontale, sopra il paesaggio steso, l’ha portata alla maestria. Le sue grandi sfide sono diventate le montagne, la terra dritta come dice lei, dove finalmente, dopo le zone dei voli planati noiosi, giungeva ai movimenti a piombo e salienti, a spirale e precipitanti. Tanti anni sono passati, dopo aver fatto la conoscenza con la natura del vento totalmente diversa. Mi ricordo benissimo del suo primo shock, quando all’improvviso compariva un freddo vento discendente, strappandole il cuscino pneumatico sotto le ali, come quando si dice, che ci è stato tolto il pavimento da sotto i piedi. E solo poco dopo si scontrava con una potente corrente d’aria calda e lei ancora afferma di essere stata talmente forte nella spinta, che avrebbe potuto praticamente piegare le ali nella salita.

Sì, quando Ghowany era felice, diventava baldanzosa come una bambina di sette anni. E lei era spesso e piacevolmente felice, anche negli anni oscuri dello spargimento di sangue, che separava i cinque popoli del mare e i cinque popoli delle montagne – togliendole il popolo e la patria. Questo è successo tanti anni fa e nel frattempo, lei è diventata anche una grande maestra dei voli di montagna.

Così planavamo per un po’ nella sua rotta, attraverso questi mondi verticali, senza che una di noi avesse potuto dire, se la traiettoria che stavamo seguendo, corrispondeva alla sua volontà, alla mia guida o a un ordine degli Dei. Erano passati soltanto sette giorni e sette notti, ma sembrava che fosse passato un millennio da quando abbiamo volato insieme l’ultima volta. Così ci siamo goduti l’un l’altro e il volo, in un ambiente sconosciuto, però in una profonda fusione di vecchia fama, in cui c’era qualcosa che ancora non conoscevamo: forse una timidezza che appare quando ci assale potentemente il rispetto, la stima e la tenerezza verso l’altro essere.

Bruscamente gelò il mio respiro. Come se arrivasse dal niente, si lanciò su di noi un essere enorme – un Drago blu, che già da lontano si vedeva che almeno per metà era più grande di Ghovany. L’aria tremava dal suo urlare e sembrava che i massicci montuosi si ritirassero per sfuggire alla sua rabbia. Avevo capito subito che apparteneva all’orda degli uomini ed era chiaro che ci trovavamo qui profondamente nel cuore del loro territorio. Tutta la leggerezza delle ultime ore svaniva di colpo. Tutti i nuovi sentimenti della dolcezza e della sensitività erano azzerati nell’esplosione di quest’attimo. Il Drago, da molto lontano si lanciava su di noi e irradiava un potere che sembrava bandirci in una volta d’attesa. Quindi, doveva accadere, Qui e Ora! Qui, il destino aveva preparato un nuovo incontro tra noi e i cavalieri blu! Cosa volevano gli Dei? Far confrontare uno di noi contro centinaia di loro? Ancora il Drago blu era abbastanza lontano da farci scappare. Ma solo immaginare questo, per noi sarebbe stato insopportabile. Meglio che sia la nostra ultima battaglia. Tutto in noi s’impegnava, ogni tendine del nostro corpo diventava un tendine d’arco, ogni arteria nei nostri corpi pulsava come la pece bollente e perfino il nostro respiro diventava sibilante come una freccia appena lanciata.

All’improvviso il Drago era qui. Abituati, in tutti i nostri anni di lotta, quando ci avvicinavamo troppo all’avversario, ognuno si preparava riflessivamente per la battaglia, per l’attacco o la difesa, secondo quello che la propria posizione permetteva e poteva indebolire quella dell’altro. Intuivo soltanto in una frazione di secondo, che questa volta qualcosa era diverso. In tutta la natura selvaggia che questo Drago esprimeva, in tutta la sua rabbia urlante che partiva da lui, in tutta la forza volata, che la sua traiettoria puntava su di noi, in tutto il potere e tutta la dominanza che il Blu sembrava avere in questo incontro – qualcosa era diverso dal solito, significativamente diverso, al punto che lasciavo andare ogni attenzione sull’attacco o sulla difesa.

Questo Drago era da solo. Non portava nessun cavaliere sulla schiena, e ora lo riconoscevo: era il Drago del capo di quel popolo blu. In quell’attimo sapevo che era successo qualcosa e che non era venuto per attaccarci o cacciarci dal territorio. Ora sentivo che il suo urlare non esprimeva rabbia ma disperazione. Era venuto per chiedere aiuto e per portarci in un posto dove con tutta probabilità, avremmo trovato il suo cavaliere.

Il Drago rombava facendo curve intorno a noi che diventavano sempre più strette. Il suo urlare si fermava ed era accompagnato da fiamme feroci che sputava dalla gola. Non venivano nella nostra direzione, ma in parallelo alla nostra traiettoria. Anche Ghovany aveva colto la situazione e ometteva di reagire in modo offensivo o difensivo come faceva di solito, quando erano necessarie manovre d’attacco o sterzate improvvise. Lei iniziava a volteggiare insieme a lui, invece di usare le sue perfette manovre di volo da battaglia, che avrebbe portato fuori rotta l’altro, accompagnato dallo sputo di fuoco e dai colpi mortali mirati con la coda. Lui volava nel cerchio esterno e noi all’interno. Lei si sottometteva perché lui era fuori di se dal dolore e perciò più pericoloso e più imprevedibile che in ogni altra situazione, incondizionatamente. Lei gli mostrava che avevamo capito e che eravamo pronte a seguirlo.

Abbiamo volato insieme ancora per tre cerchi. Li chiamavamo i cerchi delle spade deposte. Durante il volo, questi cerchi confermavano già da millenni un accordo che garantiva a entrambe le parti, l’armistizio e la correttezza, prima che cadessero di nuovo i sassi del destino. E poi il Drago blu virava e sparava via nella direzione, da dove era venuto, sapendo che lo avremmo seguito. Ghovany ed io eravamo sorprese del suo veloce orientamento. Noi da molto tempo abbiamo perso la direzione del sorgere e del tramontare del sole, durante il volteggiare, tanto più che i tanti pendii ripidi e le vette delle montagne arrotondate erano di un’uguaglianza sconcertante. Per tante miglia e ore, abbiamo volato molto alto sopra le vette della catena montuosa, in ogni direzione infinita, nell’aria troppo sottile per i miei polmoni, prima che il Drago blu finalmente iniziasse a ridurre l’altezza di volo e la velocità, lasciando scorrere il suo sguardo e cercando sopra il paese. Immediatamente dopo, fissava un piccolo greppo che usciva come una piattaforma di veduta dal muro di un ripido massiccio montuoso.

Atterrare lì non era un’impresa facile.  Un volteggiare in giù era possibile soltanto limitatamente, perché la metà meridionale di questo posto era costituita di pareti di monte massicce e la metà a nord da un abisso deiscente, accentuato dall’inclinazione tra la gravitazione delle rocce e della repulsione elettrica dell’abisso, come anche delle turbolenze del vento. In quel momento però non c’era solo la calma del vento, ma sembrava come se gli ultimi giorni e notti avessero consumato tutte le riserve di vento degli ultimi anni. Il Drago blu si preparava per l’atterraggio con una sicurezza da sonnambulo. Con spirali strette che sembravano ignorare totalmente il massiccio montuoso, volteggiava in giù e atterrava.

Un leggero guizzo attraversava il corpo della mia dama Drago. Forse la paura di fare una figuraccia o la determinazione di esercitare le nuove manovre di volo subito dopo quest’azione – di atterrare e avviarsi da questa piccola sporgenza, finché lo avrebbe saputo fare nel sonno? Anche noi ci inviammo per l’atterraggio – e non era così elegante come quello del Blu. Io sentivo l’onda calda della vergogna focosa e l’ambizione ostinata che attraversava il corpo del mio Drago e così anche il mio – e mi veniva da ridacchiare. Siamo atterrati a pochi passi dal Blu, siamo atterrati. Il plateau era grande abbastanza per i due Draghi, un altro non avrebbe potuto atterrare. Non era protetto a nord, a oriente e a ovest. I venti da queste direzioni spazzerebbero via tutto o spingerebbero contro la parete. Una piccola conca piatta era l’unica incavatura leggermente protetta, nel limite settentrionale. In quel punto si è accumulata e solidificata un po’ di terra sulla roccia nuda, che ha offerto uno spazio vitale a poche sterpaglie basse e ad alcuni muschi e licheni. Le piante però erano bruciate. Soltanto alcuni rami bassi bruciacchiati tendevano ancora verso l’alto.

La conca era grande abbastanza da contenere il corpo che stava lì tra le piante bruciate al sole. Il corpo stesso invece non mostrava nessuna traccia di bruciato. Ghovany ed io ci guardammo stupiti. Se non ci fosse stato il Drago blu, lei avrebbe subito iniziato ad annusare il corpo e il dintorno. Ma in questo istante sarebbe stato un suicidio, come mostrava l’occhiata di sfuggita del Blu. Io osservavo il corpo. Stava sdraiato sulla pancia.

In questa veduta stava accadendo qualcosa in me di cui non ero padrona. Quante volte ho visto stare per terra gli umani, gravemente feriti o morti, quante volte ero io responsabile di questo. Raramente mi coinvolgeva in modo diverso, rispetto alla forma di sentimento selvaggio trionfale interiore. Qui però era diverso. Ancora stavo in sella sulla nuca di Ghovany, con la distanza massima possibile. Ma già mi stava attraversando un interiore scorrere e tirare, fluendo dal cuore alla pancia e da lì fuori dal mio corpo, direttamente nel corpo sdraiato. Qualcosa pulsava in me, su e giù, e contemporaneamente via da me, da questo essere sconosciuto. Questo qualcosa, infine mi tirava fuori dalla cava della mia sella. Lo sfibbiare delle mie gambe e il discendere dal fianco di Ghovany erano un unico movimento. Lentamente andavo verso la cava rocciosa.

C’era da aspettarselo: anche se il Drago sconosciuto ci aveva chiesto aiuto, in quell’attimo avvampava la sua diffidenza istintiva. Guizzava con la sua enorme testa cornuta verso me, alzando il labbro e soffiando leggermente. Flebilmente borbottava, mettendomi in guardia. Se mi faceva avvicinare tanto, al corpo sdraiato a terra del suo padrone e amico, era solo per aiutarlo. Se avessi fatto soltanto un movimento sbagliato, se avesse afferrato soltanto la minima perfidia – avrebbe sbranato me e il mio Drago. Un colpo con la sua zampa e uno con la coda cornuta, sarebbe stato abbastanza da spazzarci dalla sporgente rocciosa. E guarda qui: Ghovany, che per duecento anni non faceva avvicinare nessuno a me, si ritirava delicatamente ma evidentemente da me, abbandonandomi alla sua linea d’attacco, rivolgendogli il fianco posteriore. Un segno chiaro di fiducia, che lei gli mostrava – e che esigeva da lui. Era una mossa azzardata, ma il suo istinto era irremovibile ed era abbastanza intelligente da pretendere dal suo simile, in una perfetta mistura d’ingenuità femminile e diplomazia estrema – per quest’attimo e per tutti gli altri che dovevano ancora venire.

Io annuivo sottovoce: “Va bene, farò tutto ciò che posso.” E questa era la mia più profonda verità. In quell’attimo, in cui mi rivolgevo di nuovo al suo corpo, mi travolse una nostalgia insondabile. Il desiderio di salvarlo e di guarirlo si rendeva autonomo come un essere indipendente che spingeva dalla via, il mio Spirito freddo, rubandomi il fiato. Contemporaneamente avvertivo un panico scattante e mi domandai se quest’uomo fosse ancora vivo. La sua testa era coperta con un ramo non bruciato con foglie. Il suo Drago evidentemente l’aveva portato dalle regioni più profonde per proteggerlo dal sole, prima di mettersi in cerca di noi.

Immagini e domande mi sparavano attraverso la testa. Il Drago ci avrà cercato consapevolmente? Come faceva a sapere che eravamo sulle montagne, nelle vicinanze, e però lontano centinaia di miglia occidentali da qui. Si ricordava di noi, dell’incontro di 25 anni fa? L’ha mandato il suo padrone? Quali reti saranno intessute, con fili di tempi remoti – fili che da sempre s’incontravano, per costituire Qui e Ora un punto nodale? Quali connessioni regnano tra il popolo blu e noi molto prima di incontrarci per la prima volta? Tutto sembrava come un incontro pattuito da lungo, ma questa preparazione sarà avvenuta molto indietro nel tempo. La mia mente, il mio sapere non si ricordava più di niente, ma il sentimento di essermi incamminata sempre solo verso quest’attimo, durante tutte le vie e i viaggi della mia vita, prendeva potentemente possesso di me.

Profondamente, la mia aspirazione per la sua sopravvivenza, non si basava sulla paura dal Drago, nel caso della sua morte. Era un sentimento, un essere sentimentale che prendeva forma in me stessa, senza rendersi riconoscibile, senza farmi sapere, chi o cosa era – e cosa voleva.

Alcuni flussi di sangue erano defluiti dal suo corpo, asciugandosi. Sia sul suo corpo che nella roccia, c’era del sangue incrostato nero appiccicato. M’inginocchiavo, palpando delicatamente i suoi fianchi. Con il respiro arrestato mi chinavo su di lui, mettendo il mio orecchio sulla sua schiena per sentire il pulsare del cuore. Il polso irregolare debole scatenava un urlo silenzioso in me. Era vivo! Il dolore, la gioia e il sollievo mi lasciavano giubilare interiormente, come se fosse la mia vita, sfuggita appena alla morte qui sulla piattaforma rocciosa. Mi tiravo indietro, rientrando in me stessa per una frazione di secondo, respirando fortemente e inorridita da questo modo sbrigliato di lasciarmi andare. Non lo conoscevo neanche! Cosa stava per accadere? Una breve lotta interiore tra resistenza e dedizione, tra orgoglio e amore desiderato, avvampava in me. Respiravo intensamente, e solo gli sguardi dei Draghi, un paio d’occhi aguzzati e pungenti e l’altro paio con lo sguardo dolce vigile e rassicurante, mi riportavano la serenità.

Avevo messo da parte il ramo ormai secco e tastavo con i polpastrelli della mano la sua testa. Poi tastavo prudentemente il corpo per eventuali bruciature, fratture o altre ferite riconoscibili. Rigorosamente stringevo i denti per arginare quei sentimenti che volevano salire in me, per dichiararli, una volta per tutte, la guerra. Non dovevano permettersi di umiliarmi Qui e Ora! Nessun effetto di violenza era riconoscibile, nessun’arma, nessuna lancia, nessuna punta di freccia, e nemmeno una caduta esteriore ha rilasciato ferite. Sembra che tutto si sia svolto interiormente. Ma che cos’era?

Decisa e dolce, ma ciononostante con un po’ di forza lo giravo infine sulla schiena, fuori dalla conca sul sasso piatto, nel frattempo riscaldato. Il suo respiro era piatto ma pesante, sembrava sveglio ma intrappolato nella febbre. Il suo Spirito era molto lontano. Dal naso e dalla bocca erano usciti sottili rigagnoli di sangue che mi facevano rabbrividire. Il suo volto era gonfio e gli occhi chiusi sgorgavano. Non l’avevo mai visto prima e non conoscevo il suo viso, ma sapevo che questo non corrispondeva al suo aspetto. Prendevo la borsa di pelle con l’acqua di alghe dalla mia cintura, sgocciolando un po’ dell’essenza sulle sue labbra screpolate, dentro la bocca. Prudentemente pulivo il suo viso, dove si erano mischiati il sudore, la polvere e il sangue, diventando una crosta appiccicosa. Ma non era solo questo, la superficie della sua pelle mi ricordava il lucido opaco di una ciotola di argilla, appena uscita dal fuoco. Ero irritata e non potevo assegnare questo a nessuna esperienza fatta. Tanti umani feriti ho curato e guariti. Chi sa uccidere, sa anche guarire. Chi può annientare la vita, sa anche salvarla. Chi conosce le parti del corpo che sono da rompere con un unico movimento mirato, conosce anche la corrente del respiro della vita e riesce ad attizzarla. Chi sa creare molteplici ferite, le può anche riconoscere, leggere – e guarire. Questa esperienza attraversava tutta la mia vita. Su entrambi i lati ero diventata maestra, ma qui e ora non sapevo cosa dovevo fare.

Non conoscevo il suo nome e non sapevo come rivolgerli la parola. Gli dicevo piano: “Cavaliere dei Draghi! Mi senti?” I suoi occhi rimanevano chiusi, ma il suo ritmo del respiro era leggermente cambiato, diventava a spinta, anche se rimaneva piatto. Sembrava che lui avesse capito di non essere più da solo. “Cavaliere dei Draghi, mi senti?” Ascoltavo il suo respiro e osservavo le sue palpebre che tremavano leggermente. “Cavaliere dei Draghi, cosa ti è successo?”

Il suo corpo era grande e forte, muscoloso e nerboruto. Il suo viso aveva tratti nobili. Gli zigomi alti e la forma degli occhi a mandorla con le sopracciglia leggermente oblique che rivelavano autorità, chiarezza e dignità, ma anche una finezza accentuata. La bocca era piuttosto larga e il contorno delle sue labbra rivelavano l’orgoglio e la passione. Creavano un contrasto strano degli occhi. Questi appartenevano a un Re e a un poeta, e la bocca apparteneva al guerriero appassionato. Qui si mischiavano mondi in un essere che finora non avevo mai visto nella sua polarità. Doveva essere forte, senza conoscere la rozzezza. La sua determinatezza non sembrava conoscere durezza, un agonismo infaticabile senza accanimento radiava pure adesso dal suo volto. Anche in questo stato di umiliazione e impotenza lo circondava un’aura di tranquillità e di passione che mi mandava i brividi attraverso il mio corpo.

Chi era? A un tratto rientravo in me e sentivo lo sguardo ardente del suo Drago. Tutte le virtù del guerriero appassionato che conoscevo, l’impazienza insistente, la bramosia trapanante dell’azione e la determinatezza incondizionata che sembravano lontane dal cavaliere, pulsavano nel Drago. Il suo sguardo mi avrebbe creato ustioni, se non ci fosse stato il respiro rinfrescante salino di Ghovany tra noi.

Così iniziavo a lavare e a riscaldare il suo corpo con i pochi stracci che portavo con me, in parte me li strappavo dal mio corpo stesso. Il suo Drago seguiva ogni mio movimento e alcune volte sbuffava minacciosamente. Ghovany rimaneva calma e sibilava silenziosamente per calmarlo. Quanto io ero concentrata e allineata sull’uomo, tanto lei fissava e calmava il Drago. Quanto era fissato il suo sguardo su di me, e ogni movimento entrava nel suo essere totale, pronto a buttarsi in mezzo, ugualmente tanto era fissato l’intero essere di Ghovany su di lui. Anche lei sentiva ogni sentimento in lui e percepiva ogni fibra tesa del suo corpo, pronta a reagire subito se necessario.

Per molto tempo sono stata seduta vicino al suo corpo che avevo nuovamente sdraiato sulla schiena e adagiato nella cava. Intuitivamente avevo messo la mia mano sulla sua milza e per molto tempo scorreva la forza dal mio corpo, riempiendo il suo. Ma lui non si svegliava.



La guaritrice piangente e l’insegnante dormiente

Per sette giorni e sette notti serene, stavo seduta con il suo corpo immobile, sulla sporgenza della roccia. Le stelle di notte tracciavano la loro orbita sopra il cielo, irradiando un’affettuosità e una bontà inspiegabile, che non riscaldava i nostri corpi, ma i nostri cuori. Il sole di giorno puntava i suoi raggi non filtrati su di noi, ma anche in questo c’era una mite freschezza sorprendente che non conoscevo. E quando, nelle ore di mezzogiorno, bruciava il sole ardente e bianco, dall’apice, uno dei Draghi alzava la sua ala sopra di noi, concedendoci l’ombra e quel poco di fresco che ci faceva sopravvivere. I nostri corpi si prosciugavano sempre di più, ma nel mio profondo percepivo anche un crescente fluire. Sette giorni e sette notti stavo seduta al margine della piattaforma rocciosa. Per cinque giorni e cinque notti la sua testa stava sul mio grembo e le mie mani la tenevano al sicuro. Infatti, era l’attimo più delicato per ricevere il consenso del Drago.

Non era però stata mia la decisione di appoggiarmi la sua testa sul grembo, ma la sua, ed era lui che me l’aveva trasmesso – come anche al suo Drago, dopo un po’ di lotta interiore. È successo molto in questi sette giorni e sette notti e merita di essere raccontato, perché il mondo in questo periodo cambiava il suo volto e il polso dei cuori assumeva un altro ritmo. Il momento per raccontare questo arriverà e lo faranno le creature e gli umani stessi.

Per sette giorni e sette notti ho pianto. Quel salente qualcosa che da anni si muoveva in me e mai si faceva soffocare e soggiogare, quella forza in me, che né nello zenit né nel nadir dello spazio-tempo si faceva dichiarare guerra, ora si è liberata dalle camere profonde e dalle catene rendendosi indipendente. Più il mio corpo e la mia volontà diventavano deboli, più sembrava che guadagnasse d’intento e di dominio. Ora saliva di continuo, con grande potere e mi sembrava estraneo e minaccioso, anche se sentivo di conoscerlo già da millenni – come se fossi io stessa.

Lui stava immobile nelle mie braccia. Io gli parlavo, lo orecchiavo e gli cantavo le canzoni del mio popolo, canzoni dolci per bambini malati e canzoni di ninnananna di sera, e infine le canzoni per i morti e per le anime rimpatrianti del nostro popolo. Infinitamente tante lacrime accompagnavano il mio canto, e tanto sfuggivano i suoni nei primi giorni dalla gola nel respiro strozzato, quanto diventava chiara la voce col tempo. Era questa la mia voce? Le canzoni, col tempo passavano impercettibili alle canzoni vecchie d’amore, che da tanto non abbiamo più cantato. Un vecchio sentimento, bandito nelle profondità delle mie carceri, saliva su, e sempre cantando queste canzoni si muoveva in me.

Quandunque, cantando queste canzoni, convibrava un vuoto immenso e ci ricordava, che non sapevamo a chi le stavamo cantando. Uomini non ne conoscevamo, e i Draghi conoscevano altri canti, e per le nostre madri, sorelle e figlie, queste canzoni non erano state scritte. Abbiamo coltivato un potere in noi, il cui senso c‘era sfuggito e la sua vita respirante era morta – e il suo ceffo demoniaco rideva di noi, mentre cantavamo. Abbiamo quindi smesso di cantare, perdendo il potere stesso.

Era lui che ora s’innalzava in me e ritornava? A un tratto, sentivo nelle canzoni per i bambini, per il sonno e per la morte, questo potere che anche le vecchie canzoni d’amore contenevano. A un tratto, sentivo l’amore delle canzoni stesse, come se fossero esseri che parlavano con me, che mi raccontavano del loro amore inesauribile verso la nostra vita e la nostre morte, del loro onore mai cessato, per la nostra arroganza e la nostra passione, della loro compassione per la nostra auto-maledizione e la nostra nostalgia – per la nostra lotta della vita e per il nostro tormento della morte. Sembrava, come se questi esseri mi mostrassero uno specchio vecchissimo attraverso le nostre canzoni d’amore, nel quale potevo vedere le più grandi sofferenze del mio popolo: la solitudine dei maestri. Lo potevo sentire e vedere e mi sconvolgeva – ma non riuscivo a capirlo.

All’improvviso riconoscevo nelle canzoni, che dovevano risvegliare e guarire l’uomo nel mio grembo, quanto ero malata e dormiente io stessa – e tutto il mio popolo. Un infinito profondo dolore, trattenuto per duecento anni, erompeva e scuoteva il mio pieno essere. Correnti di lacrime silenziose, ma continui, sembravano non voler finire mai. Per ore e giorni piangevo – notti intere – per lui e per me, per il mio popolo e per il suo. Ora che si è aperto questo Portale in me, si erano avviavate le legioni dell’orrore. Un infinito corteo di sofferenza e tristezza dei nostri ceppi e popoli e della nostra intera era, sembrava passare inarrestabilmente attraverso questo Portale che il mio cuore aveva aperto.

Così, il suo corpo stava straboccato dalle mie lacrime, inumidito e bagnato, nelle mie braccia. Dall’inizio mi sembrava assurdo, sì, addirittura impossibile, tenere lontano le mie lacrime dal suo corpo. Profondamente in me si apriva la certezza che era l’unica cosa che potevo fare per lui e che infine sarà proprio quest’acqua salina della vita che guarirà le sue ferite e che dovrà spegnere l’eccesso di fuoco nel suo corpo.

Di giorno i Draghi ci proteggevano dal caldo con i loro corpi e le loro ali, e di notte dal freddo. Certamente ognuno di loro sarebbe potuto andare a portarci carne fresca, ma a nessuno di noi venne in mente quest’idea. Soltanto questo pensiero, sembrava piuttosto profanare questo posto e annientare questo tempo, che servire noi. Io non volevo mangiare niente e lui non poteva. E infine nessuno dei Draghi voleva lasciare il suo cavaliere da solo, con l’altro Drago, anche se nel Drago blu si mostrava un percepibile rilassamento.

Il canto e il pianto hanno fatto scivolare anche lui in un'altra sfera della sua consapevolezza. Una volta si era avvicinato con la sua testa enorme, talmente vicino alla mia guancia bagnata di lacrime, che Ghovany iniziava a sbuffare e diventava nervosa. Ma sapevamo entrambi che il mio canto l’aveva reso dolce, e il mio agire e non agire, lo incuriosiva. Infine era il sale umido delle mie lacrime che lo attirava magicamente. Una cosa del genere anche lui non l’aveva mai vista e sentita. Anche al suo popolo era diventato estraneo questo modo di piangere. Leggermente mi giravo verso di lui, permettendogli di annusare e di assaggiare con la punta della lingua le mie lacrime. Questo contatto fu come un colpo di fulmine. Lui balzò indietro con la sua testa – e mi travolse una scossa, come se si fossero battuti due sassi di fuoco. Una cosa significante era accaduta in questo contatto, una cosa profondamente nascosta era balenata di colpo e di nuovo svanita. E con lo stesso impeto che travolse me e il Drago blu, come un’onda di rilassamento che restringeva Ghovany e s’irrigidiva. Tutto questo accadeva in un frangente di secondo.

Sono fluite tante lacrime e canzoni, che ora cantavo anche per me e il mio popolo. I loro suoni oscillavano attraverso l’infinito mondo montuoso e anche se non si sentiva l’eco, perché le strette vette alte erano troppo lontane l’una dall’altra, di notte sentivo spesso la risonanza dei suoni e la vedevo nello sguardo velato interiore, come tanti fili colorati e nastri luccicanti, volare intorno ai massicci montuosi, tessendo un tappeto colorato che poi si poserà sopra il paesaggio e il mondo. E in certi momenti mi sembrava di vedere esseri, che tendevano le mani fuori dalle rocce, prendendo i fili per intrecciarli con quelli loro.

Sempre e di nuovo parlavo silenziosamente con il cavaliere svenuto, chiedendogli chi fosse, e da dove venisse, cosa fosse accaduto e cosa potessi fare per lui. Alcune volte non accadde niente e altre volte sembrava che mi rispondesse con delle immagini. Mi attraversavano tante immagini e tanti mondi in questi sette giorni e sette notti. Così pensavo di sognare, anche se ero sveglia. Lo sentivo parlare, sentivo la voce e sapevo che era la sua. E mi raccontava in modo inspiegabile, ciò che gli era successo in quel periodo, quando Ghowany ed io eravamo intrappolati nella tempesta sopra la coperta di nubi.

Lui era maestro in questa estranea arte del racconto e della comunicazione, e questo spesso si mostrò anche più avanti. E proprio in questi giorni della nostra comune impotenza m’insegnava a entrare nello spazio delle parole taciute, parlare senza aprire bocca e vedere e sentire cose, senza aprire gli occhi e puntare le orecchie – cose molto lontane da questo posto e da quest’attimo. Così viaggiavo, mentre piangevo e cantavo, mentre le orde oscure e i ceppi attraversavano il Portale del mio cuore, profondamente nella radice senza nome del passato, e molto avanti nelle ramificazioni del futuro. Così sono diventata la sua guaritrice piangente e lui il mio insegnante dormiente – e i Draghi sentivano che presto sarebbero arrivati grandi cambiamenti sopra il paese e i mari – e ugualmente sarebbero avanzati nelle profondità delle rocce e degli oceani, come negli orizzonti del firmamento.

“Stavo volando con il mio Drago sulle rotte e altezze di volo abituali, quando la tempesta si abbatté su di noi. Ci trovammo soltanto poco sotto la coperta di nubi che si era preparata a una tale velocità, che poteva essere soltanto un‘idea degli Dei. In breve tempo, con solo due respiri, si era oscurato il cielo e il mio Spirito era avvolto nei suoi veli oscuri, prima di poter riuscire a pensare. E solo pochi tuoni precipitavano l’attimo, prima che un essere potente degli Dei del destino, mi mandò un fulmine – precisamente in quell’attimo, in cui volevo attraversare, con il mio Drago, la coperta di nubi per ascendere nella sicurezza delle regioni più elevate. Era un colpo di luce, che pensavo volesse uccidermi – così avrebbe pensato e sentito ogni altro essere vivo qui sulla terra. Questo era quindi il mio ultimo pensiero: Perché gli Dei mi vogliono uccidere? Perché questo fulmine avrebbe dovuto uccidermi? La mia morte non servirebbe a nessuno, quindi non potevo morire! Con questa certezza mi lasciai andare, precipitando in una prima oscurità.

I guardiani del destino sapevano che io sarei stato in grado di reggere il fulmine e di poter accogliere il fuoco sferico, profondamente nel mio corpo, affinché il volo del Drago, anche se con un atterraggio forzato, doveva finire senza caduta e senza morte. Anche se il mio Drago ama il fuoco, perché lui stesso è un essere del fuoco, ma la forza di quel fulmine l’avrebbe stremato in volo. Io dovevo accogliere il fuoco e trattenerlo, lo dovevo racchiudere nel mio corpo, affinché non potesse travolgere il Drago. Mi svegliai in uno stato del mio Spirito, ed esso stesso era un rogo ferocemente fiammeggiante e quindi, in perfetta risonanza con il fuoco del cielo. Avevo accolto il fulmine nel suo intero potere nel mio corpo e completamente racchiuso nelle mie camere nascoste della mia volontà spirituale. Io stesso sono diventato il fulmine che in quest’attimo aveva trasformato la sua forma, entrando nello spazio interiore del mio corpo.

Perché gli Dei dovrebbero uccidermi? Nella risposta a quella domanda stava la sicurezza della mia vita. Così potevo cadere nella seconda oscurità, uscire dal corpo e guardarlo dall’esteriore. Vedevo il mio Sé mortale e la lotta che faceva con le forze. Aveva salvato la vita del Drago ed era andato molto, molto oltre i limiti della sua esistenza umana.

Il corpo era stato strappato dalla sella, perché il colpo l’aveva centrato davanti, lanciandolo molto oltre la schiena del Drago, cadendo nel profondo. Il Drago perdeva la bussola, il panico lo assaliva. Così, la sua consapevolezza spirituale assumeva il comando, conducendo il suo corpo massiccio, con le ali strettamente adiacenti, come un lampo, in una manovra di volo, che mai prima era stato capace di fare.

Con un’eleganza vertiginosa e con un colpo potente della sua coda, buttava il suo corpo massiccio, in volo, a capofitto in una caduta verticale. Con pochi colpi delle sue ali accelerava la caduta passiva in una volata attiva a forma di freccia. Così sorpassava, con le ali aleggiate il mio corpo cadente – e con un unico movimento, andava con un altro colpo sferzante della sua coda, dalla caduta verticale nella posizione supina, intercettando il mio corpo nelle sue branche, riportando il suo corpo massiccio – con l’ala destra allargata e con un colpo a forma di spirale della sua coda e attraverso una capriola laterale – indietro nella posizione di volo abituale.

Ma in quest’attimo, in cui teneva il mio corpo tra le sue branche, lui sapeva che gli restavano solo poche frazioni di secondo per rilasciarlo di nuovo, prima che l’enorme potere dell’elettricità accumulata potesse trasmettersi su di lui. Ma la terra stava a due miglia sotto di noi – e in lungo e in largo non esisteva nessun’altra possibilità che quella piccola sporgenza di rocca. Con l’ultima forza Ghwen dhur lottava contro le turbolenze potenti del vento nella parete rocciosa, scagliando il mio corpo in questa conca, dove rimase fermo. Per lui era impossibile atterrare lì, perciò continuava a volare traballando, nelle regioni più profonde del paese, per cercare riparo e  raccogliere le forze, per ritornare alla prossima occasione da me. Ma quest’occasione si fece aspettare, perché gli Dei avevano altri piani.


Nell’attimo in cui il mio corpo toccava il suolo, il mio Spirito ritornava in me, facendo cadere la mia consapevolezza umana in un ulteriore profonda oscurità, che contemporaneamente però, era luce splendente. Doveva essere un atto di volontà fusa del mio Spirito e del mio corpo, ad occuparsi che l’elettricità potesse abbandonare le profondità dei sistemi respiranti. Il fluire del fuoco, dentro il sasso, doveva accadere dolcemente e lentamente, affinché la distruzione del corpo e della rocca fosse minima. Perché la natura del fuoco non è dolce e lenta ma fulminea e distruggente. E se avesse dominato quest’attimo, il mio corpo sarebbe morto, se non nell’impatto, al massimo nello scorrimento. Così il mio corpo aveva il ruolo di frenare al massimo, il rilascio di questa forza mortale e di comprimere queste violenze scatenate, di trattenerle e di rinchiuderle, mentre lo Spirito lasciava fuoriuscire lentamente il fuoco. Ognuno dei due tratteneva con tutta la forza l’estremità della fune, tirata al massimo, per non farla strappare.

Così si sono bruciate tutte le piante che erano cresciute nelle fessure della rocca ed io sentivo un’onda strapotente di compassione per questo essere ascendere nel cuore del mio Spirito.
Ma il tutto è riuscito soltanto in parte. Questa fatica era l’ultima cosa per cui potevo ancora risvegliare la mia, da tanto sopita consapevolezza. E poi sono caduto in una profonda oscurità e gli Dei mi facevano sapere che avevano catturato un altro essere, e che lo avrebbero condotto da me, quando il tempo sarebbe stato maturo.

Sette giorni e sette notti il mio corpo stava sdraiato su questa conca di rocca, mentre le legioni tuonanti del cielo buttavano le loro lance su di me, però senza volermi colpire. La pesantezza schiacciante della coperta di nubi nero-grigia pressava la mia vita sul suolo, sembrava che volesse spremere ogni resto di respiro da essa. Era la calligrafia misteriosa, e nonostante palese, del destino, che ordinava di far scrosciare su di me, l’ira degli Dei, in mezzo all’oscurità schiantante. Talvolta batteva la pioggia sul mondo montuoso, ma nessuna goccia cadeva sul mio corpo. La bufera, i tuoni e i fulmini lo circondavano rintronando, ma nessun colpo lo centrava. La mia vita era in balia delle forze, indifesa e non protetta e lo stesso al sicuro in modo incomprensibile. Lentamente trapelava il buio freddo delle rocce, unendosi con il mio corpo privo di vita e con il fuoco del cielo.

Il mio Drago, che mai prima si era allontanato dal mio fianco, scomparve per sette giorni e sette notti. Ma io ero forte. Il fuoco del cielo corrispondeva al fuoco del mio Spirito. Loro sono fratelli. E il freddo della terra si ritrovava nell’assenza dell’emozione irremovibile, che mi rendeva anche capo del clan blu. Loro sono sorelle.”



Dopo queste immagini nell’oscurità e queste parole nel silenzio, il flusso della comunicazione si era interrotto. Io mi ero addormentata e all’improvviso mi spaventai. Ascoltavo e sentivo. Non c’era più niente da ascoltare, niente da vedere e niente da sentire. Mi sono solo immaginata tutto? Avevo sognato? Ancora l’uomo giaceva svenuto per terra, ancora la sua testa era appoggiata al mio grembo. Già da alcuni giorni, le mie dita hanno iniziato ad accarezzare le sue guance, a seguire il contorno dei suoi occhi e della sua fronte, a tenere il suo mento e le sue guance. Nessun movimento e nessun sussulto nel suo volto rivelavano il minimo aspetto di vita. Però c’era il respiro piatto, l’inspirazione e l’espirazione nella lentezza straziante – sì, ciononostante c’era tutto.

Il fuoco dello Spirito, apparentemente, dominava nel suo popolo, ugualmente come nel mio, producendo le stesse caratteristiche, come le conoscevo, del mio popolo. Anche in esso sembrava insita una vita arrogante, imperiosa, un essere dispregiativo – che però nel più intimo nucleo stesso era guardiano della vita: sacerdote, insegnante e leader del popolo, verso la luce, su queste vie che attraversano l’oscurità.

La sua storia prendeva spazio dentro di me e iniziò a circolare, a espandersi nelle ampiezze dei miei mondi interiori. La certezza si risvegliò in me, e ogni secondo dei nostri sette giorni e notti stava nella dirigenza delle forze superiori, e loro avevano deciso di prendere le nostre vite nelle loro mani, e porre fine alla nostra vecchia esistenza. Nessun movimento della nostra volontà aveva alcun significato, nessuna compassione regnava, ma un calcolo agghiacciante di mezzi, di decorrenza e di scopo. Ma in questo pensiero, che effettivamente dovrebbe essere amareggiato, dovevo ammettere a me stessa che anche noi, nel nostro clan, nei tempi drammatici, non abbiamo mai reagito diversamente. Con questa scoperta saliva in me un profondo sentimento di giustizia, un sapere interiore della risonanza, che regnava tra me e le forze del cielo – e così anche il primo presentimento di un’enorme soddisfazione, che potrebbe però essere anche una prepotenza smisurata. Il tempo era arrivato. Per cosa, questo ancora non lo sapevo.

Fine temporanea

Per Cheng do,
raccontato da Gho

2 luglio 2007/ 9 marzo 2009

Traduzione: Bianca Maggi
Correzione: Ornella Asara